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IX pillola - Che rumore fa la felicita'...

In un'epoca contrassegnata dal vivere comune che si basa sull'indifferenza collettiva come emergere dal pantano? Rispolverando i valori di un tempo...

5 Febbraio 2012 - Eugenio Montale per descrivere il comportamento degli uomini che osservava nella sua epoca, quella del neorealismo, usava il termine “indifferenza divina” per indicare che l'unico "bene" per l'uomo consisteva nell'atteggiamento di "indifferenza" per tutto ciò che è segnato dal male e dal dolore. E tale indifferenza è detta "divina" perché è propria della divinità nella concezione stoica. L'apatia o addirittura il disprezzo delle emozioni non appartiene solo ad epoche trascorse ma è riprodotta attualmente nel sistema sociale in cui ogni giorno facciamo i conti. Spesso si parla di mancanza di comunicazione tra le parti, di conflitti irrisolti. Il vero problema è che le generazioni crescono già annoiate e il senso di indifferenza generalizzato tocca tutte le tematiche e trascina un po' tutti. Sarà per il troppo benessere, o perché siamo bombardati da continue immagini lusinghiere di mondi irreali o che esistono ma che ci sembrano così lontani tali da non avere la sensazione di poterli mai toccare, ci scoraggiamo subito e perdiamo il senso di meraviglia nel guardarli; sarà perché siamo abituati al peggio e quindi non ci aspettiamo più niente di eclatante nella vita, abituati a pensare che l'erba del vicino è sempre più verde, o che il senso di stupore, tipico dell'infanzia ma anche del genuino slancio verso la vita, sta sicuramente perdendo il suo potere, in ogni caso, siamo più tristi.
Il mondo del sé attraversa sicuramente delle “stagioni” dell'animo diverse a seconda del nostro modo di percepire l'ambiente esterno mentre le relazioni che instauriamo determinano senz'altro il nostro stato d'animo. Gli psicologi sociali sottolineano come la felicità possa essere definita come uno stato di completezza per l'uomo che si sente appagato della vita che svolge, avendo più o meno soddisfatto le sue esigenze primarie, può dunque occuparsi di se stesso e fare dunque anche il bene per gli altri. Ma se ci osserviamo intorno è sempre più difficile trovare persone felici. Con disagi causati dal non lavoro, dalle famiglie che si disgregano, dai conflitti irrisolti, è auspicabile pensare ad un mondo dove possa vigere un'indistinta indifferenza verso le cose. Il fenomeno non ha età o protagonisti specifici. E' possibile riscontrare un grado di apatia su bambini così come sui giovani, per non parlare degli adulti. Forse gli anziani si salvano, sarà perché avranno provato la drammatica esperienza della guerra? Anche il sociologo Durkheim parlava di anomia, la mancanza di regole strutturate in una società, interpreti di essa erano persone che non si davano un controllo o un piano o un progetto, erano i tossicodipendenti che rinunciavano alla vita, per eccesso normativo o per totale mancanza di regole. In un caso o in un altro anche oggi, pur vivendo in uno stato fortemente centralizzato, il nostro ruolo è passivo rispetto alla nostra vita, grazie ad un sistema che non ci permette di realizzare come vorremmo, più lo stato è autoritario, più noi diventiamo passivi o totalmente indiscriminati. Non c'è una via di mezzo.
Non bisogna dimenticare che l'indifferenza oltre a renderci aridi ci fa concepire in maniera diversa ciò che prima erano i sacrosanti valori di un vivere civile, all'insegna del rispetto per sé stessi e degli altri. Tutti si imbarcano alla ricerca della felicità: un benessere effimero, realizzato attraverso il piacere immediato, il consumo esasperato, i tradimenti e i comportamenti trasgressivi di chi vorrebbe dare un senso alla propria vita sradicandola del tutto.
Si fa qualsiasi cosa per sentirsi amati e per innamorarsi, credendo che l'amore sia la via d'uscita per eccellenza a questo malessere apatico ma spesso ci si impegola in relazioni costruite online o in piccoli incontri che durano per una notte. Tutto ciò che richiede cura ed attenzione svanisce. La società del tutto e subito crea uno smarrimento continuo e noi lo portiamo sulle nostre spalle e non ce ne accorgiamo. Questo scenario apocalittico è segno di un disagio collettivo che rispecchia una situazione del nostro paese non molto facile, avremmo bisogno di uno stato che crede nelle nostre potenzialità; di qualcuno che ci incitasse a lottare per i nostri diritti. I giovani dovrebbero avere, almeno una piccola di certezza, di sapere che i loro sacrifici avranno un risultato e i loro genitori non dovrebbero sentirsi offesi considerando i loro figli ancora disoccupati. Una giovane coppia dovrebbe avere la possibilità di mettere su famiglia e i bambini dovrebbero aver loro garantito il diritto alla vita e al sorriso. Probabilmente la lista continuerebbe all'infinito ma la felicità potrebbe emergere già dai primi istanti in cui si è sicuri di potercela fare. E' possibile sperare per il meglio ma la gente, dovrebbe iniziare a crederci... sul serio.

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